Dalla sua inutilità trae vantaggio

Quella del genitore troppo orgoglioso del propri figli è una figura che è piuttosto semplice incontrare, tanto quanto spero siano rare le figure opposte. Io appartengo alla prima categoria, ovviamente con la certezza di averne buone ragioni.
Tuttavia è proprio per questo che ho fatto un po’ fatica a decidere di pubblicare questo post – ma infine, superate queste resistenze, eccolo. Vi confesso che all’inizio avevo pensato di esercitarmi nella classica “lettera a mio figlio”, ma non ho voluto esagerare: certe cose è giusto che restino un fatto privato.
Ivan ha appena superato l’esame di maturità scientifica. Per questo, ha dovuto anche fare una tesina, alla quale ha dato il titolo Le geometrie non euclidee. In caso voleste leggerla tutta, la potete scaricare in pdf a questo link.
Quando l’ho letta per la prima volta mi sono commosso, per la qualità delle cose che diceva. In particolare, appena ho letto la parte conclusiva ho pensato che questa non parlava solo di matematica – parlava di cose che ci riguardano tutti. Per questo, ho chiesto a Ivan il permesso di condividerla con voi, e Ivan con un sorriso ha detto “va bene”.
Non voglio commentare questo brano, perché si commenta da solo, ma mi rivolgo a Ivan con un solo frammento di quello che avrei potuto scrivergli, per ringraziarlo – concedetemelo.

Caro Ivan, un grandissimo fotografo che non conosci, Robert Adams, ha detto di non poter dedicare più del cinque per cento del suo tempo alla vera ragione per cui ama la fotografia – ossia essere sul campo a fotografare. Credo che ogni attività che facciamo, compreso amare, sia sempre travolta da un novantacinque per cento di necessità quotidiane, difficoltà, distrazioni, impegni collegati (a volte bellissimi, a volte meno, a volte solo routine) e così via.
Nel caso di quello che faccio, lo vedi, oltre al poco fotografare bisogna anche passare ormai molto tempo al computer, coltivare relazioni, parlare con gli stampatori e i corniciai, frequentare altri artisti e curatori, insegnare, giostrare coi commercialisti, pagare tasse, inseguire i pagamenti in ritardo, studiare sempre, sperimentare… una immensa quantità di cose, leggere e pesanti, che a volte arrivano quasi ad offuscare la vera ragione, appunto, per cui facciamo quello che facciamo.
Ma senza quel cinque per cento il resto non avrebbe senso, o ne avrebbe talmente poco da condannarci a una vita amara.
Ecco Ivan, ti dico solo questo: proteggi il tuo cinque per cento. Nella vita incontrerai soprattutto persone e situazioni che, magari senza rendersene conto, faranno di tutto per togliertelo, per spegnerlo – ma ci sarà anche chi capirà, ci saranno anche momenti bellissimi. Proteggi il tuo amore, fallo crescere e fallo vedere: solo così proteggerai la bellezza e la ricchezza della tua vita.

 

poincare

 

Ivan Andreoni, Le geometrie non euclidee, estratto dalle Conclusioni:

[…]
La matematica e la filosofia, fra gli studenti, sono le due discipline che si contendono il primato del “quando mai mi servirà ‘sta roba nella vita”. Riguardo la filosofia, si espresse nel ‘68 Gustavo Bontadini, affermando provocatoriamente che la filosofia non serve a nulla, mentre le scienze servono, servono il potere: la filosofia dunque, nella sua inutilità, è l’unico sapere veramente libero. La scienza è infatti per eccellenza quella disciplina utile che, anche nei suoi aspetti più teorici, ha un immediato rapporto con la tecnica e la praticità (per esempio, le trasmissioni satellitari non funzionerebbero senza effettuare aggiustamenti sugli orologi calcolati usando la relatività generale, settore apparentemente troppo teorico per avere un ruolo pratico nella vita comune).
La matematica, a mio avviso, si colloca a metà fra scienza e filosofia. Questa ha in comune con la scienza un metodo rigoroso che, come scrisse Nietzsche, “aiuta a diradare le nebbie della metafisica”. Ma mentre la scienza è una disciplina empirica, legata dunque al mondo materiale, in continua revisione, la matematica è più intellettuale, fondata su assiomi precisi, dedotta con teoremi che conferiscono un grado di certezza e precisione ben superiore. Per questo motivo, molti filosofi hanno considerato la matematica come ‘scienza per eccellenza’: i Pitagorici vedevano i numeri molto legati alla verità, Platone considerava le idee legate ai numeri, e nella filosofia più moderna molti furono i filosofi-matematici che diedero contributi a entrambe le discipline (Cartesio e Leibniz sono due fra questi).
La matematica condivide con la filosofia un approccio teorico e dunque un’inutilità apparente, non avendo un immediato riscontro pratico. Ma la matematica, così come la filosofia, dalla sua inutilità trae vantaggio, perché è proprio questo che le consente una libertà nella ricerca della bellezza o di altri valori.
Così la pensava il matematico inglese Godfrey Harold Hardy (1877-1947), che espresse il suo pensiero in A Mathematician’s Apology (1940): “I have never done anything ‘useful’. No discovery of mine has made, or is likely to make, directly or indirectly, for good or ill, the least difference to the amenity of the world”.
Va specificato che Hardy si colloca in un contesto in cui alcune teorie matematiche avevano avuto recente applicazione bellica: fu probabilmente anche l’orrore della prima guerra mondiale, in cui si videro le peggiori applicazioni della scienza, a far preferire a molti pensatori l’approccio più puro e teorico possibile.
Ma anche la matematica pura è destinata a diventare matematica applicata, prima o poi: per fare alcuni esempi, i numeri complessi furono menzionati per la prima volta da Girolamo Cardano nel XVI secolo come artificio per poter applicare le ‘formule di Cardano’ nella risoluzione delle equazioni di terzo grado. Oggi i numeri complessi hanno applicazioni in molti campi, fra cui la meccanica quantistica e l’ingegneria elettronica. I numeri primi, uno degli aspetti più misteriosi e affascinanti della teoria dei numeri, che furono studiati e sono tuttora studiati da numerosi matematici (fra cui lo stesso Hardy), svolgono oggi un ruolo centrale nella crittografia.
Le geometrie non euclidee sono un altro eccellente esempio di ciò: quando Lobačevskij e Bolyai decisero di analizzare approfonditamente il sistema anti intuitivo in cui la parallela non è unica, difficilmente avrebbero immaginato che i loro studi sarebbero stati applicati alla fisica.
È questo il motivo per cui trovo la matematica estremamente affascinante: da una parte, è una disciplina teorica e pura, e per questo dotata di un particolare fascino; dall’altra, è rigorosa e precisa, e le sue inevitabili ma imprevedibili applicazioni la rendono utile senza comprometterne la fondamentale bellezza.

 

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Il vuoto nello scaffale

Il nove maggio 1860 salpa dal porto di Marsiglia una goletta dal nome Emma. A bordo della nave ci sono personaggi importanti della cultura francese, imbarcati per perseguire un ambizioso progetto: quello di realizzare e documentare un Voyage en Sicilie et autour de la Méditerranée. A concepirlo e finanziarlo è uno dei più grandi scrittori francesi di tutti i tempi: Alexandre Dumas.
Prolifico e irruento, Dumas è al culmine della sua fama, e si aspetta grandi cose da questo viaggio:

Quello che voglio vedere, quello che soprattutto voglio farvi vedere, cari lettori, sono i luoghi della storia e anche delle fiabe: la Grecia di Omero, di Esiodo, di Eschilo, di Pericle e di Augusto; La Bisanzio del Basso Impero e la Costantinopoli di Maometto; la Siria di Pompeo, di Cesare, di Crasso; la Giudea di Erode e di Cristo, la Palestina dei Crociati; l’Egitto dei Faraoni, di Tolomeo, di Cleopatra, di Maometto, di Bonaparte, di Mehmet Ali e di Saïd Pascià…

Non c’è spazio, e forse nemmeno bisogno, di tratteggiare qui la figura di Alexandre Dumas. Relegato oggi nell’immaginario comune a scrittore di semplici avventure, Dumas è grandissimo scrittore, prolifico all’inverosimile e finissimo imprenditore di se stesso. La lista dei suoi capolavori comprende decine di opere tra le centinaia prodotte, realizzate anche grazie al supporto di numerosi scrittori prezzolati. Il suo magistrale utilizzo del feuilleton, la pubblicazione a puntate dei suoi romanzi su giornali e riviste di massa, lo fa anche padre delle odierne serie televisive che hanno tanto successo, e che ne utilizzano ancora oggi gli stessi schemi di base.

Gustave Le Gray, Ritratto di Alexandre Dumas, 1859

Gustave Le Gray, Ritratto di Alexandre Dumas, 1859

 

Imbarcato sulla Emma c’è anche un fotografo, in quel momento forse il più grande fotografo di Francia: Gustave Le Gray. Conosce Dumas da tempo, ed è suo il magnifico ritratto che vedete qui sopra, realizzato nel 1859 al ritorno di Dumas da un viaggio in Russia.
Raccontare la straordinarietà della figura di Gustave Le Gray fino al giorno dell’imbarco sulla Emma richiederebbe ben più di un post – ci vorrebbe forse un romanzo alla Dumas. Basti dire che è stato una delle figure centrali della fotografia dell’Ottocento: inventore di nuovi processi, grande stampatore, fotografo dell’Imperatore nonché uno dei cinque fotografi chiamati a realizzare la leggendaria Mission Héliographique del 1851; ritrattista eccezionale, diviene famoso anche grazie alle sue immagini di mare che per la prima volta, con l’utilizzo di tecniche raffinate, riescono a mostrare le nuvole nel cielo e a fermare le onde – le sue marine sono oggi battute a cifre altissime nelle aste, anche se all’epoca vennero vendute in centinaia di copie. Nei cinque anni precedenti al viaggio sulla Emma ha lo studio in quel famosissimo edificio al 35 di Boulevard des Capucines che dall’aprile 1860 diverrà lo studio di un’altra leggenda della fotografia francese, quel Gaspard-Félix Tournachon detto Nadar, che nel 1874 ospiterà proprio lì la prima mostra degli impressionisti.

Gustave Le Gray, Autoritratto, 1856-59

Gustave Le Gray, Autoritratto, 1856-59

 

 

Gustave Le Gray imbarcandosi sulla Emma segna in modo definitivo il suo destino. Non può saperlo, ma non tornerà più in Francia. E pensare che fino anche solo a pochi mesi prima era indeciso se accettare la proposta di Dumas… A deciderlo, probabilmente, la tremenda bancarotta decisa dal tribunale il 1 febbraio 1860, che lo priva dello studio e lo lascia coperto di debiti pesantissimi. Troppo artista e poco imprenditore, dicono le cronache e i commenti delle persone a lui vicine. Imbarcandosi nel viaggio con Dumas, Le Gray sfugge ai creditori e allo stesso tempo è in cerca di riscatto. Come vedremo, l’abbandono che pare temporaneo della sua carriera in Francia, e della moglie con i due figli, diverrà terribilmente definitivo.

Ma torniamo al viaggio della Emma. Partita da Marsiglia, dopo un paio di tappe sulla costa la nave arriva il 18 maggio 1860 a Genova. Qui si ferma per alcuni giorni, perché Dumas ha alcune incombenze da scrittore, tra le quali concludere il secondo volume delle Mémoires di Giuseppe Garibaldi, che sta riscrivendo – e romanzando – su incarico dello stesso Garibaldi.
Alexandre Dumas è un entusiasta sostenitore di Garibaldi, che aveva conosciuto a Torino pochi mesi prima ma del quale aveva già scritto molto fin da dieci anni prima. Non dimentichiamo che Dumas è una delle figure centrali della cultura francese del tempo (che era la cultura dominante dell’epoca, un po’ come quella americana oggi) ma anche una delle più popolari: in sostanza una potenza nella comunicazione, tanto che vi è oggi chi pensa che il decennale lavoro di Dumas intorno alla figura di Garibaldi sia stato decisivo, all’epoca, nel mutarne l’immagine – da quella sudamericana di bandito e sovversivo a quella europea di mitico e disinteressato rivoluzionario attento solo al bene dei popoli. Dovremmo dunque aggiungere alle mille qualità di Dumas anche quella di essere uno spin doctor ante litteram, se consideriamo che Garibaldi gli fu amico e che utilizzò quanto più potè le qualità di Dumas.

È proprio a Genova che arriva, alla fine di maggio, la notizia che Garibaldi è sbarcato a Marsala e che si sta dirigendo verso Palermo – che verrà presa il 27 maggio 1860. Detto fatto, il 31 maggio la goletta Emma parte da Genova diretta a Palermo, dove arriverà il 10 giugno 1860. Il Voyage sta cambiando.
Dumas viene accolto trionfalmente da Garibaldi, che subito ne utilizza le capacità comunicative – tra le altre cose mettendo subito al lavoro il fotografo che li accompagna. Gustave Le Gray si trova così ad essere straordinario corrispondente di guerra, realizzando tra gli altri un potente ritratto di Garibaldi stesso, oltre che di alcuni suoi generali, e vedute della Palermo bombardata, delle barricate e così via. Scrive Dumas, citando un suo dialogo con Garibaldi:

– Avete un fotografo con voi?
– Semplicemente, il primo fotografo di Parigi: Le Gray.
– Bene, fategli fare delle vedute delle rovine; bisogna che l’Europa ne venga a conoscenza: duemila e ottocento bombe in una sola giornata…

e più avanti:

Le Gray passa le sue giornate a fare delle magnifiche fotografie delle rovine di Palermo. Ne spedirò una collezione a Parigi, delle quali si potrà fare una mostra. Vi sono anche un magnifico ritratto di Garibaldi, di Türr e di altri.

Il Voyage sta adattando la sua fisionomia, e Le Gray sembra seguirne le mutevoli fattezze. In ogni caso, quella che mette a disposizione è la sua grande esperienza, e l’immensa qualità del suo occhio.

Gustave Le Gray, Ritratto di Giuseppe Garibaldi, 1860

Gustave Le Gray, Ritratto di Giuseppe Garibaldi, 1860

 

 

Il 21 giugno Dumas, Le Gray e gli altri partono alla volta di Catania via terra con il generale Türr, che tuttavia, molto malato, non potrà proseguire. La colonna si fermerà e il nostro gruppo, tra difficoltà e insolazioni, inizierà qui a soffrire qualche tensione.
Il 7 luglio tutti si reimbarcano sulla goletta che fa rotta verso Malta. Sembra essersi conclusa la parte garibaldina del Voyage, ma Dumas all’insaputa di tutti aveva proposto a Garibaldi:

Caro amico, ho appena attraversato la Sicilia in tutta la sua larghezza. Ovunque c’è grande entusiasmo, ma non ci sono armi! Volete che vi aiuti a cercarne in Francia? Aspetto la vostra risposta a Catania: se voi mi dite “Sì” io cambierò il mio viaggio in Asia e farò il resto della campagna con voi.

È a questo punto che probabilmente esplodono i conflitti forse già latenti a bordo della Emma, e il 13 luglio 1860, clamorosamente, Le Gray e altri due (Albanel e Lockroy) vengono sbarcati senza troppi complimenti sul molo del porto de La Valletta, a Malta. La Emma riparte subito, lasciando i tre con poche risorse economiche, un po’ sperduti in un luogo lontano. Dumas ritornerà da Garibaldi, lo accompagnerà fino a Napoli dove resterà negli anni seguenti con importanti incarichi – ma questa è un’altra storia.

Si decide forse qui il destino di Le Gray, che ad un tratto vede probabilmente sfumare ogni possibilità di riscatto in Francia e al quale ormai tocca arrangiarsi come può.
Il 26 luglio i tre partono per Beirut via Alessandria. Si sono procurati un incarico di Le Monde Illustré come corrispondenti di guerra in Siria, dove sotto le influenze rivali dei francesi, degli inglesi e dei turchi era esploso un conflitto, latente da tempo, tra i cristiani maroniti e i drusi, musulmani. Sulla via per Damasco Le Gray si fratturerà una gamba cadendo da cavallo, e anche questa avventura gli sarà preclusa. Ci restano alcune bellissime fotografie delle rovine di Baalbek, ma già dal 1861 le Gray è segnalato come stabilmente ad Alessandria, in Egitto.

Da qui in poi, ci dicono gli storici, le notizie si fanno frammentarie, i documenti scarsi. Di certo vediamo Le Gray in crescenti difficoltà, pur continuando la sua attività di fotografo. Nel dicembre 1861 muore a Parigi forse l’unico vero amico che gli era rimasto, Léon Manfras, che era anche l’avvocato che curava i suoi interessi tentando di ridurre il grande debito che gravava su le Gray dopo il fallimento dello studio. Con questa morte finiscono in sostanza anche le speranze di Le Gray di tornare in Francia e quello in oriente diventa un inevitabile esilio. È del novembre 1862 una lettera struggente che Gustave invia all'”amico” Nadar, nella quale lo prega di informarsi sulla sua situazione in Francia e, letteralmente, “Tu sai, amico mio, quanto io abbia fatto per la fotografia, dammi una pacca sulla spalla perché io possa venire ancora a pagarne il mio tributo a Parigi“. Non c’è traccia di una risposta di Nadar. La cosa sembra far da contraltare alla sparizione di Le Gray nei confronti della moglie e dei figli rimasti in Francia in gravissime difficoltà. Ad Alessandria Le Gray troverà comunque il modo di lavorare piuttosto bene: Alessandria è città ricca e cosmopolita, piena di stranieri e di viaggiatori, e la sua produzione ci mostra le immagini tipiche di un atelier di ritratto dell’epoca.

Dal 1864 Gustave Le Gray è a Il Cairo, dove aggiunge, a quella di fotografo, la professione di docente di disegno nelle Scuole Militari. Entra anche nelle buone grazie del governo e realizza numerose fotografie di soggetti militari, di rovine antiche, di ritratti della famiglia reale. La qualità del suo sguardo è sempre altissima – il fotografo è sempre vivissimo, pur nelle difficoltà.

 

Gustave Le Gray muore a Il Cairo il 29 luglio 1884. Nel 1883 ha avuto un figlio da una giovanissima donna locale, che ha cercato addirittura di registrare come moglie. Muore in sostanziale povertà, come attestato dall’inventario dei suoi beni trovati in casa, che gli è sopravvissuto al contrario della sua sepoltura. Qualche mobile, qualche vecchio manuale di chimica fotografica, qualche stampa, scarne attrezzature fotografiche, un solo obiettivo. Il destino, cinico e baro, che ha spesso colpito i grandi artisti, si è dato da fare anche con lui.

Il Voyage en Sicilie et autour de la Méditerranée, pieno di scritti baciati dal talento di Alexandre Dumas e illustrato da tante bellissime fotografie di Gustave Le Gray resta un capolavoro invisibile e irrealizzato, un vuoto oscuro negli scaffali dei musei.

 

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Non guardare niente, e ricordare tutto

Una delle cose che mi sconcertano della storiografia moderna è il suo disinteresse per il dato biografico. Intendiamoci: sono uno strenuo sostenitore di un approccio quanto più scientifico possibile allo studio della storia, e credo ad esempio che purtroppo in Italia si sia cominciato da poco tempo a occuparsi in questo modo della fotografia. Un approccio scientifico non significa però, a mio parere, escludere quasi completamente le vicende personali, e in fondo le emozioni, degli autori o artisti dei quali ci si occupa.

Non sono uno storico della fotografia, anche se ne sono molto appassionato, dunque credo di potermi permettere anche escursioni in territori un po’ più fluttuanti e instabili. In particolare, sono sempre molto attratto dalle vicende umane delle persone che la storia della fotografia l’hanno scritta facendola. Credo che questo abbia a che fare con il fatto che ho sempre sentito – con le dovute proporzioni! – una sorta di sentimento di fratellanza verso questi uomini e donne che hanno vissuto a fondo la loro vita con la fotografia. Non li ho dunque mai sentiti come padri, o come maestri lontani, bensì, appunto, come fratelli.  Fratelli, a volte, di un altro tempo e di un altro mondo, ma misteriosamente vicini.
E se è vero che, come diceva il grande storico dell’architettura Manfredo Tafuri, il maggior pericolo per uno storico è l’anacronismo – ossia il collocare fatti (o, dico io, anche modalità di pensiero) che appartengono a un’epoca a un’altra – credo che in molti casi possiamo, da non-storici, permetterci qualche slancio, perché osservare alcuni aspetti con le lenti di oggi potrebbe esserci d’insegnamento.

Maxime Du Camp

Maxime Du Camp – fotografia di Gustave Le Gray, 1849

Nel 1849 Maxime Du Camp ha ventisette anni, e decide di compiere un viaggio in Egitto e in Oriente allo scopo di compiere quello che è anche uno dei primissimi viaggi di documentazione fotografica delle antichità archeologiche presenti in quei luoghi. È un ricco e inquieto scrittore e viaggiatore, ambizioso e ben inserito nell’ambiente artistico e culturale di Parigi – che, non dimentichiamolo, a quell’epoca era il centro del mondo, un po’ come la New York di oggi. Per amici ha figure del calibro di Charles Baudelaire (che non senza qualche ironia gli dedicherà Le Voyage, il poema che chiude Les Fleurs du mal, qui in italiano e qui in francese), Théophile Gautier, Théodore Géricault e molti altri.

Du Camp, ogni storia della fotografia lo ricorda, tornerà a Parigi nel 1851, con 216 negativi realizzati con la tecnica del calotipo, che poco prima di partire gli aveva insegnato uno dei suoi amici, quel gigante della fotografia francese che ha nome Gustave Le Gray, e che Du Camp poi utilizzerà in una versione modificata da Blanquart-Evrard. Quella del calotipo è una tecnica che si basa sull’utilizzo di negativi di carta con macchine di grande e grandissimo formato, e come per altre tecniche ottocentesche fa impressione immaginarne l’uso nei climi torridi e avventurosi dell’Oriente. Viaggiare e fare fotografie a quel tempo era una attività davvero complicata: per capirlo basta andare a studiarsi il processo che era richiesto per realizzare una fotografia, buona parte del quale si doveva svolgere direttamente sul campo, subito prima e subito dopo lo scatto.

A Parigi, nel 1852, centoventicinque di questi negativi vennero stampati in duecento copie su carta salata (pare dallo stesso Blanquart-Evrard), e furono così prodotte duecento copie dell’album Égypte, Nubie, Palestine, Syrie, pubblicato dagli editori Gide & J. Baudry – conquistando così uno dei primissimi posti della storia di questo tipo di album fotografici. Du Camp dopo questa impresa smetterà del tutto di fare fotografie, ma questo viaggio accompagnerà la sua produzione letteraria a lungo.
Potete sfogliare una versione integrale dell’album – non ben riprodotta – presso il sito della Biblioteca Nazionale di Francia, ma in rete si trovano molti esempi delle tavole, con riproduzioni anche di ottima qualità.

Maxime Du Camp si era fatto accompagnare in questa vera e propria avventura da un caro amico, ed è affascinante leggere in parallelo i loro diari, le loro lettere agli amici e i rispettivi resoconti di viaggio. Purtroppo non tutto è stato tradotto in italiano, dunque abbiamo a disposizione un materiale frammentario, ma chiaro.
L’amico che accompagna Du Camp è un grandissimo: Gustave Flaubert.

Gustave Flaubert

Gustave Flaubert

Flaubert ha solo un anno in più dell’amico Maxime, ed è già il grande scrittore che conosciamo. Il legame tra i due è molto forte e di lunga data – basti pensare, ad esempio, che la figura di Fédéric, personaggio principare dell’Educazione sentimentale la cui prima stesura Flaubert aveva completato prima di questo viaggio, è in parte basata su quella di Du Camp, e che i due avevano già compiuto insieme un importante viaggio in Bretagna seguendo le orme di Chateaubriand. Du Camp è anche parte del cerchio ristrettissimo di amici ai quali Flaubert legge in anteprima i propri lavori, avendone poi pareri anche molto diretti, e stroncature severe – quale ad esempio quella che ricevette proprio da Du Camp riguardo alla prima versione del suo testo più visionario, La Tentazione di Sant’Antonio.

Nel viaggio Flaubert si comporta in modo molto diverso da Du Camp, e la loro corrispondenza lo rivela. Du Camp è attivissimo sia prima che durante il viaggio: si informa, organizza, lavora molto per realizzare le fotografie e ne stampa subito anche delle prove. In un saggio che ho trovato in una bella raccolta, Colonialist Photography, viene addirittura descritto come un esempio metaforico della ottocentesca frenesia borghese per la propria affermazione, basata sul fare. Flaubert al contrario è apatico, disinteressato, e anche se è in viaggio sul Nilo in luoghi straordinari sembra non accorgersene e passa gran parte del suo tempo sdraiato sul barcone che li trasporta.

È davvero interessante incrociare quanto i due scrivono, a partire da Du Camp:
(da Maxime Du Camp, Attraverso l’Oriente con Flaubert, ed. Novecento, Palermo 1986 )

Gustave Flaubert non condivideva la mia esaltazione, era tranquillo e viveva serenamente con se stesso. Aborriva il movimento, l’azione: se fosse stato possibile, avrebbe voluto viaggiare su un divano, e vedere i paesaggi, le rovine e le città passare davanti a lui automaticamente, come sullo sfondo mobile di una scena teatrale. Fin dai primi giorni della nostra permanenza al Cairo, avevo potuto notare la sua stanchezza e la sua noia; il viaggio tanto sognato, la cui realizzazione gli era sembrata impossibile, non gli dava nessuna soddisfazione; “Se vuoi tornare in Francia”, gli dissi allora, “ti farò accompagnare dal mio domestico”; ma egli rispose: “No, sono partito, e andrò fino in fondo; stabilisci tu dove andare, io ti seguirò. Per me è indifferente andare a destra o a sinistra”. I templi gli sembravano tutti uguali, i paesaggi sempre i medesimi, le moschee identiche le une alle altre. Ho il sospetto che davanti all’isola di Elefantina abbia rimpianti i prati di Sotteville e che, contemplando il Nilo, abbia pensato alla Senna. […] Davanti ai paesaggi africani, sognava la Normandia.

Flaubert riempie i suoi diari e le sue lettere di notazioni e descrizioni acutissime, dimostrando la distanza letteraria che lo divide da Du Camp, nonché di descrizioni vivide delle sfrenate attività sessuali che i due amici praticano in quei lembi quasi estremi del mondo dell’epoca – ma non manca spesso di rimarcare la frenetica attività dell’amico, più per frammenti che per discorsi compiuti:
(da Gustave Flaubert, Viaggio in Egitto, Ibis edizioni, Como-Pavia 1991  e da Gustave Flaubert, Cinque lettere dall’Egitto, Passigli Editori, Bagno a Ripoli 2007)

Non so come Maxime non si sia ancora ucciso per questa furiosa mania per la fotografia.
Domenica 5. – Ho sorvegliato gli stampaggi nel palazzo. Quando questa stupida incombenza fu terminata, passeggiata intorno a Karnak, dal lato Nord.
Lunedì. – Ancora stampaggio. Il mezzo mangia il fine, un buon ozio al sole è meno sterile di queste occupazioni a cui ci si dedica senza voglia.

In generale, Maxime Du Camp viene sempre descritto da Flaubert mentre sta facendo qualcosa. E Flaubert quasi sempre osserva. Ma infine, un giorno nei diari di Du Camp irrompe una frase decisiva, che ci spiega tutto:

Ai confini della Nubia inferiore, dell’orto di Gebel-Abusir che domina la seconda cascata, mentre guardavamo il Nilo spumeggiante tra le rocce aguzze di granito nero, Flaubert urlò: “Ho trovato! Eureka! Eureka! La chiamerò Emma Bovary!” e tante e tante volte ripeté, quasi lo gustasse, il nome di Bovary, pronunziando la o molto chiusa. A causa di uno strano fenomeno, le impressioni di questo viaggio riaffiorarono tutte insieme con grande forza quando scrisse Salammbô. Anche Balzac era così: non guardava niente e ricordava tutto.

Flaubert non si stava annoiando: aveva in gestazione il suo capolavoro, Madame Bovary. E come spesso appare da fuori, la sua attività era ridotta al minimo perché, possiamo pensare, era tutta rivolta all’interno, in quello stato un po’ sospeso che introduce il pensiero e precede la realizzazione. Le attese, i periodi di apparente sospensione, sono per un artista altrettanto importanti di quegli scatti in avanti, a volte frenetici, nei quali si dà mano alla produzione vera e propria – quando poi tutto, a volte, sembra poi facile perché maturato nell’attesa, nel silenzio.

Per Flaubert non fu un parto facile. Nel 1851 tornò in Francia nella casa di Croisset e vi si chiuse per quattro anni e otto mesi di lavoro inflessibile, di giorno come di notte, isolatissimo se non per le rare visite degli amici più cari. E lavorando a quella che in una lettera lui chiama “quella meccanica complicata con la quale arrivo a fare una frase” vi partorì uno dei capolavori della letteratura occidentale, considerato l’iniziatore del romanzo realista.
Sarà proprio Maxime Du Camp, divenuto nel frattempo direttore di una importante rivista letteraria, la Revue de Paris, a pubblicare a puntate il romanzo, dal 1 ottobre al 15 dicembre 1856, suscitando uno scandalo che porterà addirittura a un famoso processo.

Per rendersi conto di quanto impegno sia costata a Flaubert la redazione del romanzo, si può visitare uno sito ricchissimo di materiali, che credo non abbia eguali in italiano – a dimostrazione di come alcuni paesi sappiano valorizzare la loro cultura. In questo sito si trovano le riproduzioni di tutti i manoscritti del romanzo (qui ad esempio le prime pagine) nonché tutti i piani di stesura di Flaubert, vere e proprie sceneggiature – e molto altro ancora. Una miniera di meraviglie, nella quale si possono passare ore.
Basta vedere anche solo alcuni di questi fogli per intuire l’immenso sforzo di continua riscrittura e sistemazione che ha richiesto a Flaubert la ricerca della sua perfezione. Una lezione straordinaria, maturata inizialmente nell’apparente inattività e nella noia.

Può essere difficile viaggiare con un artista. Può essere difficile essere vicini a un artista, perché spesso, e a volte a lungo, un artista può dare l’impressione di una assoluta immobilità. Ai partner, agli amici, a tutte le persone care vicine a un artista è talvolta richiesta la paziente saldezza d’animo di sopportare e sostenere la sua stessa attesa: un compito ancora più difficile, che richiede grandezza del cuore e amore immenso – delle quali cose bisogna, da artisti, sapere essere grati.

Nota: il viaggio in Egitto, Nubia, Palestina e Siria di Maxime Du Camp e Gustave Flaubert ha anche un altro mistero che lo accompagna. Ne parleremo presto. [Edit: trovate qui il seguito di questo post]

 

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